Ultima modifica Mar 03/02/2026 | Redazione Tuame
Negli ultimi anni la medicina estetica ha cambiato profondamente linguaggio, obiettivi e approccio. Le pazienti non chiedono più di cancellare i segni del viso, ma di ritrovarsi allo specchio con un’aria più fresca e riposata. Cresce l’attenzione verso i cosiddetti trattamenti soft: “ritocchi” misurati, pensati per accompagnare il volto nel tempo senza trasformarlo.
In questo scenario, una delle domande più frequenti riguarda la scelta - spesso percepita come alternativa - tra filler e tossina botulinica. In realtà, spiega la dottoressa, medico estetico, si tratta di due metodiche diverse che rispondono a esigenze differenti e che, sempre più spesso, vengono utilizzate insieme all’interno di un piano personalizzato.
Il nuovo modo di impiegare la tossina botulinica in campo estetico riguarda la neuromodulazione, un trattamento che agisce sulla contrazione muscolare del volto. «È un termine tecnico, poco utilizzato dal grande pubblico, ma che descrive bene l’obiettivo del trattamento: rallentare l’eccessiva motilità di alcuni muscoli del viso responsabili delle rughe di espressione, come quelle della fronte o dell’area attorno agli occhi» spiega la dottoressa Giustina Buscemi, medico estetico.
«Il filler, invece, ha una funzione completamente diversa. Serve a ripristinare o riequilibrare i volumi che, con il tempo, tendono a ridursi o a spostarsi. Non lavora sul movimento, ma sulla struttura del volto.
Capire questa differenza è fondamentale, perché chiarisce subito un punto centrale: neuromodulazione e filler non sono trattamenti alternativi, ma complementari. Ognuno risponde a un bisogno specifico e, se usati correttamente, contribuiscono allo stesso risultato finale: un viso più armonioso e naturale».
Nella pratica clinica quotidiana, per ottenere un risultato davvero naturale è spesso utile intervenire su più livelli. «In particolare, quando sono presenti sia rughe di espressione marcate sia una perdita di volume, il trattamento combinato rappresenta la scelta più logica» chiarisce la dottoressa.
«In questi casi, si tende a intervenire prima con la neuromodulazione, soprattutto nel terzo superiore del viso, per riequilibrare la dinamica muscolare. Solo successivamente si valuta il filler, in genere nel terzo medio, dove il volto tende a svuotarsi con il tempo. Questo ordine non è casuale: ridurre prima la forza dei muscoli permette di intervenire sui volumi in modo più preciso e armonico».
A seconda del caso, i due trattamenti possono essere eseguiti nella stessa seduta oppure in momenti diversi. La decisione dipende dalle caratteristiche del viso e dalle aspettative della paziente.
Uno degli aspetti più importanti, e spesso meno raccontati, è il momento della prima visita di medicina estetica. È qui che, medico e paziente, costruiscono insieme il piano estetico.
«Dopo l’ascolto dei desideri, passo alla valutazione medica, che tiene conto delle proporzioni del viso, della qualità della pelle, della mimica e dell’età. L’obiettivo non è standardizzare, ma valorizzare l’unicità di ogni volto» precisa la dottoressa.
«Nella maggior parte dei casi, un piano ben costruito prevede una o al massimo due sedute. Non si tratta di percorsi infiniti, ma di interventi mirati, pensati per essere sostenibili e per dare risultati visibili senza eccessi».
Un altro tema centrale nel dialogo con le pazienti riguarda le aspettative. «Chi si avvicina alla medicina estetica per la prima volta tende spesso a desiderare un risultato immediato, il cosiddetto “effetto wow”. In questi casi, il filler viene percepito come più gratificante, perché il cambiamento è visibile fin da subito» puntualizza la dottoressa.
«Con il tempo, però, molte pazienti imparano ad apprezzare anche trattamenti che lavorano in modo progressivo, come la biostimolazione con idrossiapatite di calcio. In questo caso l’effetto non è immediato, ma si manifesta gradualmente nelle settimane successive, migliorando la qualità della pelle, grazie alla stimolazione della produzione del collagene indotta dal trattamento. Il risultato è più discreto rispetto al filler, ma anche più duraturo, con benefici che possono estendersi fino a 12–18 mesi. A cambiare è inoltre, il tipo di risultato: con la biostimolazione si lavora sulla tonicità generale del viso, e per questo è indicata contro i cedimenti cutanei».
Spiegare questi tempi è fondamentale per evitare delusioni e per costruire un rapporto di fiducia medico paziente. Quando la paziente comprende che il miglioramento segue i ritmi biologici della pelle, l’attesa diventa parte del percorso.
L’identikit delle pazienti è cambiato. Sempre più donne si avvicinano alla medicina estetica già tra i 25 e i 35 anni, spesso per trattamenti di neuromodulazione con tossina botulinica leggeri, con l’obiettivo di aprire lo sguardo e prevenire la formazione di rughe marcate. Dai 30 anni in poi, iniziano a emergere richieste legate ai volumi, alla freschezza del viso e, in alcuni casi, alle labbra. Dopo i 45-50 anni si desidera trattare le rughe e i cedimenti cutanei.
«All’inizio le aspettative possono essere molto alte, ma con il dialogo e l’esperienza le pazienti diventano più consapevoli: capiscono che la vera riuscita di un trattamento non sta nell’effetto immediato, ma nella capacità di mantenere nel tempo un aspetto naturale e riconoscibile» conclude la dottoressa Buscemi.