#FACCIAMO1000: una storia di chirurgia plastica tra la ricostruzione e l’estetica.

Autore: Dott. Bollero Daniele

Del: 07/01/2020

La chirurgia plastica tende a perseguire il conseguimento in primo luogo del recupero funzionale necessario all’efficienza di una parte del corpo, ma senza dimenticarne l’aspetto estetico, altrettanto importante per il benessere psicofisico globale dell’individuo.

Nei paesi in via di sviluppo c’è una grande esigenza di questa branca specialistica chirurgica in quanto ci si trova ad avere un alto numero di incidenti invalidanti – ustioni, esiti di traumi domestici e stradali, esiti di aggressioni – e quasi nessuna assistenza adeguata, né dal punto di vista di medicazioni né dal punto di vista chirurgico.

In particolare in molti contesti africani le ustioni vengono tenute all’aria aperta senza nessuna medicazione; l’esito finale sono spesso cicatrici retraenti estremamente invalidanti per l’uso di mani, braccia e gambe. Questo tipo di trauma e di esito comporta il fatto che l’individuo malato diverrà molto probabilmente disabile, in una realtà dove la disabilità diviene quasi certamente accattonaggio, vita ai margini della società, impossibilità a sostentare se stessi.

Cute Project Onlus, associazione di volontariato, nata nel 2012 a Torino, in questi 7 anni di attività, ha lavorato in Congo, Uganda e Benin e ha come obiettivo proprio la formazione teorica e pratica in chirurgia plastica ricostruttiva. Facendo formazione a medici e infermieri locali ha operato più di 1000 pazienti, numero raggiunto e superato nel corso dell’ultima missione a novembre 2019 in Uganda, presso il Regional Referral Hospital di Fort Portal. Tutta la missione girava intorno all’hashtag #FACCIAMO1000. 1000 è un traguardo ambizioso ma anche tanto concreto.

E dall’Uganda in questi ultimi anni Cute Project è riuscita a portare annualmente con una borsa di studio, il chirurgo ugandese Dr. Kalanzi, primo chirurgo plastico del suo paese, a seguire un percorso di aggiornamento costante.

La cicatrice ha sicuramente molti vissuti dentro di sé, comporta un ricordo del trauma subito, una possibile disfunzionalità, il dolore, l’alterazione della percezione di quella parte del proprio corpo e magari di tutta la propria persona. Il chirurgo plastico nella sua capacità di coniugare funzionalità ed estetica prova a ridare una nuova forma condivisibile da parte del paziente che faccia da ponte al superamento del trauma.

In un contesto povero e con poche risorse di sopravvivenza diviene pregnante tentare di ridare funzionalità, ma anche l’aspetto estetico continua ad avere valenza prioritaria per l’accettazione dell’individuo nella società, spesso pregna di significati culturali e religiosi di difficile comprensione da parte degli occidentali, oltre che ovviamente agli occhi stessi della vittima-paziente che rielabora la propria cicatrice in base ai suoi parametri individuali.

Ci sono culture dove è più liberatoria la visione del superamento del trauma/cicatrice: pensiamo all’oriente dove la riparazione di un oggetto rotto diviene arte con la pratica giapponese del Kintsugi. In questo caso una volta che una ceramica rotta viene risaldata con l'oro, il vaso diventa più bello e più prezioso rispetto all'originale. Possiamo idealmente paragonare il lavoro del chirurgo plastico al riparatore di ceramiche giapponesi, che non solo rende riutilizzabile il vaso rotto ma lo rende migliore, abbellito e con una storia importante da poter raccontare.

Molte volte nelle missioni africane abbiamo incontrato situazioni estreme, come gli esiti di aggressione con acido al volto. In questo caso il trauma è gravissimo e i risvolti psicologici arduamente superabili. Se già nel mondo occidentale con la facilità di accesso alle cure che contraddistingue le nostre realtà si tratta di casi limite di difficile guarigione e di percorsi assolutamente impervi per riacquistare la fiducia in se stessi e una vita sociale piena, in un contesto già disagiato un evento analogo è ancor più terrificante e condanna la vittima oltre che a molte sofferenze ad una certa esclusione sociale.

Racconta il Dott. Daniele Bollero: "In Uganda in 5 anni di lavoro nel tempo abbiamo seguito una madre single sieropositiva aggredita con acido a causa di gelosie ingiustificabili. La sua storia e il suo percorso di rinascita sono stati per la nostra associazione una forte spinta nel proseguire la formazione sul posto per poter garantire a tutte le vittime di questo tipo di violenza, il più possibile, di essere seguite adeguatamente nel loro difficile contesto sanitario. In questo caso il connubio ricostruttivo ed estetico è stato ed è fondamentale per portare la persona a riappropriarsi della propria vita. Non di minore importanza è riuscire letteralmente a riaprire mani e gambe, soprattutto di piccoli bimbi vittime di ustioni. L’accesso alla scuola è quindi l’unica possibilità di evitare una vita di fatiche, per cercare una via negli studi di autoaffermazione diversa dalla povertà rurale presente in molte parti di questi paesi, sarebbe preclusa di fronte all’impossibilità di camminare e/o utilizzare le mani. Lo stesso vale per l’accesso al lavoro".

Il chirurgo plastico moderno si affaccia sempre più frequentemente in queste situazioni africane e affronta dunque su più piani l’evento “cicatrice”.  La possibilità di formare il personale sanitario per affrontare questi traumatismi nel modo più semplice e ripetibile in contesti difficili rende sicuramente il suo lavoro ancora più pieno e fondamentale per fare la differenza. Il bagaglio personale e professionale costruito non solo nella ricostruzione ma anche nell’estetica ci permette di scegliere le strategie migliori per il reinserimento sociali di questi individui.

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