Medicina estetica: perché la nuova frontiera è rigenerativa?

Medicina estetica: perché la nuova frontiera è rigenerativa?


Mar 21/04/2020 | Dott. Adriana Pozzi

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A cura di Elisa Stefanati

 

La medicina rigenerativa è l’ultima frontiera della medicina moderna ma ha radici nel passato. Si è infatti evoluta da quando, alla fine dell’800, uno scienziato di nome Jacob Keller, intuì la capacità rigenerativa delle cellule staminali.

Ma cosa significa dottoressa Pozzi la parola “staminali” e l’etimologia del termine ?


Deriva da “stamen” che significa ceppo, origine.
Si tratta di cellule indifferenziate (ovvero in grado di trasformarsi in altre cellule), che non hanno ancora raggiunto un grado di specializzazione ben definito. Possono essere prelevate dal midollo osseo, dal cordone ombelicale, dal liquido amniotico, dal grasso.
Queste cellule vengono classificate in Totipotenti, Pluripotenti, Multipotenti, e Unipotenti, base alla loro potenzialità di dare origine una o più linee cellulari.
In particolare ci soffermiamo su una categoria di cellule staminali che sono quelle Multipotenti, di nostro interesse; ovvero le cellule mesenchimali (MSC).

Le prime cellule staminali mesenchimali, furono isolate dal midollo negli anni 70 e da allora sono stati compiuti numerosi studi sulla loro capacità di guarigione dovuta alla loro proprietà rigenerativa. Le cellule staminali mesenchimali sono in grado di differenziarsi e riprodurre gli elementi cellulari che compongono lo scheletro osseo, cartilagineo ed anche il grasso. Da, alcuni studi, inoltre, sembra che queste cellule abbiano la peculiarità di differenziarsi anche in altri tessuti come quello muscolare, nervoso etc. e che, oltre alla capacità rigenerativa, abbiano capacità di immunomodulazione (ovvero che mira a regolare, attenuandole o attivandole, le alterazioni delle risposte immunitarie dell’organismo) e quindi anche di auto guarigione dei tessuti con quasi totale assenza di effetti collaterali.

La fonte principale di cellule mesenchimali nell’uomo è il tessuto adiposo. Questo tessuto, più facile da prelevare, ed anche con minor invasività rispetto al midollo, è ben rappresentato nel corpo umano in diverse aree, ed ha una maggior capacità rigenerativa rispetto al midollo stesso.

L'idea dell'innesto grasso non è affatto recente, quando e come dottoressa la scienza ha cominciato ad occuparsene?


Esiste dalla fine del diciannovesimo secolo.
Un chirurgo tedesco, il dottor Neuber, fu il primo a descrivere la tecnica e da allora la letteratura scientifica ha riportato l'uso dell'innesto di grasso per numerose applicazioni, tra cui la guarigione di ulcere cutanee la ricostruzione del seno, il miglioramento delle cicatrici atrofiche.

Al dott. Sidney Coleman, chirurgo plastico di NY, va riconosciuto il merito di aver standardizzato per la prima volta, a metà anni ’90, un protocollo per il prelievo, il processamento (breve centrifugazione e separazione della parte liquida e oleosa del grasso) e il posizionamento del lipoaspirato (grasso prelevato con cannule) nelle sedi riceventi; qualcosa che nessuno aveva fatto fino ad allora. In particolare, il dott. Coleman ha ispirato la comunità scientifica a studiare le varie fasi del processo per capire come ognuna possa influenzare la vitalità degli adipociti (cellule del grasso adulte).

Come ha iniziato lei personalmente ad approfondire questa materia?


Il mio primo incontro con la lipostruttura è stato proprio grazie a un corso con il dott. Coleman, a cui ho partecipato a Dallas nel 1996, durante la riunione annuale dell’ASRPS (America Association of Reconstructive Plastic Surgeons).
All'epoca ero una giovane chirurgo plastico specialista e, durante la liposuzione, correggevo le depressioni residue iniettando nuovamente il grasso con le cannule dello stesso diametro, che avevo usato per l'estrazione, piuttosto che forzarlo attraverso una cannula più stretta. Con questo concetto mi sembrava molto logico che il grasso avesse più probabilità di sopravvivere.

Durante i vari congressi di chirurgia plastica discutevo questo argomento con i miei colleghi e la maggior parte di loro non credeva nella sopravvivenza dell'innesto di grasso, anche se lo utilizzavano come "rimedio dell'ultimo minuto" per correggere le irregolarità cutanee dopo la liposuzione o per aumentare deficit di volume nel tessuto sottocutaneo. Per aumentare le labbra allora utilizzavo uno strumento chirurgico detto “pistola” caricato con la siringa che avevo usato per prelevare il grasso. Questa pistola era un dispositivo utile per trapiantare tessuto adiposo in modo regolare, un'idea che sembrava già essere condivisa da molti autori, per garantire una maggiore ritenzione di volume di grasso.

Il corso di lipostruttura con il dottor Coleman mi ha aperto al concetto di rigenerazione dei tessuti indotto dalle cellule staminali adulte e mi ha incoraggiato a standardizzare la procedura. Ho iniziato così a prelevare il grasso con cannule più piccole collegate a siringhe da 10 cc con bassa pressione negativa, per evitare di stressare e quindi traumatizzare gli adipociti. Procedendo successivamente ad una breve centrifugazione e alla successiva eliminazione dei residui oleosi ed ematici, in grado di generare infiammazioni, nella fase terminale il grasso veniva posizionato con piccole cannule da corpo o da viso, nello stesso modo consigliato dal dott. Coleman, ovvero praticando numerosi tunnel e rilasciando piano piano il grasso.

Nonostante la standardizzazione della tecnica e nonostante avessi applicato ciò che avevo appreso, i miei risultati non erano sempre costanti e soddisfacenti, e, dopo averne discusso con i colleghi, mi rendevo conto di essere in buona compagnia, perché anche a loro succedeva la stessa cosa.

Nel 2009 partecipai al QMP Aesthetic Symposium di Chicago, dove il dott. Tonnard e il dott. Verpaele - famosi chirurghi plastici del Belgio - presentarono per la prima volta la tecnica di micro innesto di grasso, prelevato ed iniettato con cannule molto piccole, in modo da renderlo molto fine. Questo grasso micro era perfetto per riempire aree del viso come quelle peri oculari, dove la pelle è molto sottile e dove particelle più grandi di grasso avrebbero lasciato depositi di grasso visibili
Dopo il simposio ho acquistato il set per il micro innesto e ho anche iniziato a trattare le aree della faccia in cui la pelle è più sottile, ottenendo risultati eccellenti, in alcuni pazienti.

Più recentemente, il dott. Tonnard e il dott. Verpaele hanno introdotto l'innesto di nano-fat (grasso ancora più fine) derivato dall'elaborazione meccanica del micro-fat, per ottenere un'emulsione che può essere iniettata con un ago da 27 g sotto il derma, nella sede delle rughe fini ma anche nelle aree di iperpigmentazione perioculari.
Il Nano-fat non è indicato per l’aumento dei volumi, perché non contiene adipociti, ma migliora la qualità della pelle, le piccole rugosità. I risultati sono apprezzabili da uno a quattro mesi dopo il trattamento. Gli studi del dott. Tonnard e del dott. Verpaele riportano che le cellule isolate del nano-fat sono state coltivate e che, nel loro ambito, è stato trovato un gran numero di cellule staminali mesenchimali di buona qualità e, poiché non ci sono adipociti, l'effetto sul miglioramento della pelle è correlato all'attività rigenerativa delle cellule staminali stesse.

Mentre noi chirurghi plastici continuiamo a iniettare grasso e ad adattare la nostra tecnica (innesto di macro, micro e nanofat) associandola alle procedure chirurgiche mini invasive, i risultati, pur non sempre prevedibili, hanno stimolato studi su come i vari passaggi del processamento del grasso possano influire sulla vitalità degli adipociti, ed anche un’indagine pionieristica sulle cellule staminali adulte, considerate responsabili della sopravvivenza degli innesti di grasso. C’è però ancora molto da scoprire. Secondo studi molto recenti, l'integrazione di cellule stromali derivate adipose (ASC) sembra essere la chiave per la ritenzione di innesti di grasso.

Insomma una vera e propria rivoluzione Copernicana nella medicina e chirurgia estetica...


Non c’è alcun dubbio che la medicina rigenerativa estetica, abbia apportato un profondo cambiamento nella chirurgia plastica. Da tempo non facciamo più interventi aggressivi come ad esempio il lifting della regione malare (zona degli zigomi, sotto alle orbite), che lasciava un importante gonfiore e impediva al paziente di riprendere la vita sociale in tempi brevi; preferiamo associare invece ad un mini lifting chirurgico delle guance un aumento di volume della regione malare con lipofilling, micro-lipofilling della regione perioculare e nano-fat sub dermico per migliorare la texture cutanea, riducendo anche le pigmentazioni. Quindi un approccio globale all’invecchiamento facciale, che tiene in considerazione non solo la flaccidità della pelle e la perdita dei volumi, ma anche la qualità della pelle ed il foto invecchiamento.

Come è cambiato lo scenario dal suo osservatorio?


In questi ultimi anni le richieste dei nostri pazienti sono cambiate. Abbiamo a che fare con un pubblico sempre più esigente ed informato, grazie alla divulgazione della scienza e tecnologia sul network. La vita frenetica porta a richiedere sempre di più trattamenti mini invasivi con minimi tempi di recupero e la medicina rigenerativa, associata procedure chirurgiche mini invasive, soddisfa questi criteri.

Certo c’è ancora molto da scoprire, ma siamo sulla strada giusta.

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Pozzi Adriana

Autore

Chirurgia plastica,Medicina estetica

Forlì (FC)


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